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La Leggenda

DA CONSENTIA A… COSENZA 

Sotto la dominazione romana, Cosenza divenne una stazione della via ab Regio ad Capuam, meglio nota come via Popilia (o via Annia). Durante la guerra civile tra Pompeo e Cesare, Cosenza si schierò con la fazione di Cesare, e quindi fu assediata per ordine di Pompeo dai soldati arrivati dalla Sicilia. Appiano Alessandrino delineò gli avvenimenti che si compirono a Cosenza in quel periodo: «Occupata Cosenza, Pompeo vi lasciò Servilio con milleduecento cavalieri, il quale patteggiò la resa con Agrippa, a condizione che egli e i suoi passassero nelle fila di Ottaviano.

Di questo tradimento, consumato da Servilio a danno di Antonio e di Pompeo, piansero la pena i Cosentini, che all'entrata di Agrippa in città, ebbero a sperimentare tutto il furore di un partito che vince». Nel 29 a.C. Consentia diventa colonia sotto Augusto, il quale le concesse nuovamente la cittadinanza romana dopo essersi assicurato delle totale resa dei Bretti e ne delimitò i confini con l'assegnazione del suo agro in duecento iugeri. Nel Liber Coloniarum di Frontino si attesta: «Ager Consentinus ab Imperatore Augusto assignatur limitibus Gracchanis in jugera CC. Cardo in Orientem, Decimanus in Meridianum». Da quel momento Consentia cambia connotazione, e da bellica e fortificata si trasforma in una fiorente città a connotazione commerciale e culturale. Nel 304, Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio, imperatore romano, si stabilisce a Consentia per far fronte ad una rivolta di ordine religioso. Con l'eliminazione di Bulla, iniziò il martirio dei cristiani nel capoluogo bruzio, che vide numerosi suoi figli martiri tra cui san Dionigi e san Callisto. Nel 313 con l'editto di Milano il cristianesimo esce dalla clandestinità.

Per un secolo Consentia vive nel benessere, nella pace e nello splendore, finché Alarico re dei Visigoti non la invade subito dopo aver perpetrato il Sacco di Roma del 24 agosto 410. Durante l'invasione, nei pressi della città nel 410, Alarico muore di malaria e, secondo la leggenda, fu seppellito in armatura dal suo esercito, con una parte del bottino di Roma ed il suo cavallo nel letto del fiume Busento, il quale venne momentaneamente deviato per poi essere reindirizzato nel letto naturale facendo perdere per sempre il punto preciso della sepoltura. Sono visibili testimonianze della città romana nel centro storico: scavo di una domus in piazzetta A. Toscano, scavo di edifici termali in via S. Tommaso e Palazzo Sersale, resti delle mura di cinta in opus reticulatum.

CACCIA AL TESORO DI ALARICO 

 Nell'anno 410, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, i Visigoti di Alarico riescono a invadere la città di Roma e a saccheggiarla. L'occupazione dura solo tre giorni, ed è la prima volta che la capitale dell'impero subisce questa offesa: a questa prima spoliazione, infatti, ne seguiranno molte altre. Ma la prima incursione, anche se breve, è sicuramente quella più fruttuosa. I Goti si limitano a portare via le cose più preziose e trasportabili, e per garantirsi da brutte sorprese, prendono degli ostaggi (il più importante di questi era Galla Placidia figlia dell'imperatore Teodosio, sulla cui vicenda personale, che si intreccia con la storia del tempo, si potrebbe davvero fare un film. Rimane di lei a Ravenna, presso la basilica di S. Vitale, il mausoleo che porta il suo nome ricoperto all'interno di bei mosaici).

Poi i barbari se ne vanno. Non tornano verso Nord, ma si dirigono a Sud, devastano la Campania e attraversano la Calabria. Il loro obiettivo adesso è il Nord Africa. In quei tempi difficili, nei quali tutto l'impero e l'Italia stessa erano continuamente esposti a devastazioni e saccheggi, quella dell'Africa rimaneva l'unica provincia in condizioni di relativa normalità e prosperità. Ma proprio per questo in Nord Africa era il loro obiettivo. L'intenzione dei Visigoti era di attraversare lo stretto di Messina, portarsi in Sicilia, e da lì passare in Africa. Ma il primo tentativo di attraversare lo stretto si era risolto in un mezzo disastro. Alcune imbarcazioni si erano rovesciate con la perdita di uomini, e l'impresa era stata rimandata ad una stagione più propizia (la costa dell'Africa sarà raggiunta vent'anni dopo dai Vandali, che devastarono la regione in maniera così profonda, da far scomparire ogni parvenza di società organizzata fino alla conquista araba). Così i Goti risalirono la Calabria, ma quando si trovavano dalle parti di Cosenza, il loro condottiero morì. 

 E' a questo punto che i barbari devono porsi il problema di dare al loro re una degna sepoltura. Alarico non poteva non essere adeguatamente onorato, sia per la storica impresa della conquista della città eterna, sia per il ricco bottino costituito da 70 tonnellate d'oro e 150 d'argento. Era stata proprio la prospettiva di mettere le mani su una tale profusione di tesori che aveva spinto i barbari a tentare più volte l'impresa. Secondo lo storico Giordane, che afferma di averlo letto su un libro dello storico ufficiale dei Goti Cassiodoro di Squillace, venne deviato il corso del fiume Busento per scavarvi una tomba nella quale venne sepolto il re insieme al suo cavallo. Poi il fiume venne fatto rifluire nel suo letto. Questi imponenti lavori sarebbero stati eseguiti da prigionieri rastrellati nei dintorni, che alla fine sarebbero stati uccisi perché non rivelassero il segreto. Questo è ciò che risulta dalle fonti storiche. Ma la domanda che ci poniamo oggi è: quante probabilità ci sono che questo racconto sia veritiero? Certamente il sacco di Roma non è fantasia. Ugualmente non si può dubitare del fatto che Alarico sia morto nel Sud dell'Italia pochi mesi dopo.

Ma esiste davvero la sua tomba? Ed è nascosta sotto il letto di un fiume? E ancora: quali tesori potrebbe contenere? Dato che i Goti, dopo avere devastato queste regioni, non intendevano rimanere nel Sud dell'Italia, una normale tomba in qualsiasi modo costruita, sarebbe stata ben presto saccheggiata e distrutta, se non altro per vendetta, non appena se ne fossero andati. C'era quindi effettivamente l'esigenza di costruire una tomba segreta e irraggiungibile, e una tomba scavata sotto il letto di un fiume avrebbe risposto perfettamente a questa necessità.

Ma oltre a questa considerazione ci sono dei motivi più specifici che fanno pensare che il racconto degli storici corrisponda alla realtà. C'è un'intera categoria di oggetti importanti che sono scomparsi dalla storia, e il motivo potrebbe proprio essere che sono finiti nella tomba di Alarico. Non cose di poco conto: stiamo parlando dei grandi cammei, cioè degli oggetti in assoluto più raffinati e preziosi che l'antichità abbia prodotto. Per le gemme più importanti venivano usate agate con stratificazioni di diversi colori, colori che venivano sfruttati abilmente per far risaltare le figure sullo sfondo e per colorare le vesti o i capelli. Le agate sono pietre molto dure, compatte e resistenti - le più usate erano la sardonica indiana e la sardonica araba -, e sono quindi adatte per sculture in miniatura e di grande precisione come i cammei e i sigilli.

Il lavoro richiedeva una grandissima abilità e tanta pazienza, e veniva svolto con piccoli trapani ad arco, le cui punte erano state ricoperte con un miscuglio di olio, smeriglio e polvere di diamante. Un'arte, quella dell'incisione, che nell'antichità era diffusissima, come dimostrano le numerose gemme di dimensioni minori che arricchiscono i più importanti musei del mondo.

E un'arte che aveva raggiunto un livello altissimo; e per i cammei più grandi, che avevano bisogno di anni di lavoro e di molta più esperienza, un livello mai più toccato in seguito e raramente emulato. Quindi una grande scuola, diffusa in tutto l'Oriente, dalla Grecia all'Asia minore, dalla Siria all'Egitto, e infine a Roma, e che è stata attiva per secoli. Ma una grande scuola non produce capolavori isolati, mentre invece i cammei di grandi dimensioni che ci sono pervenuti sono pochissimi. Si possono citare solo pochi pezzi importanti di epoca pre-romana, come la Tazza Farnese che si può ammirare al Museo archeologico di Napoli, e il Cammeo Gonzaga alto 16 cm, conservato all'Ermitage di San Pietroburgo, che di recente è stato oggetto di una mostra a Mantova.

Poi all'inizio dell'impero, in seguito al divieto di eseguire ritratti a dimensione di moneta, privilegio riservato alla famiglia imperiale, l'arte dell'incisione ha conosciuto un rapido declino; ma i primi imperatori a partire da Augusto potevano ancora contare su abilissimi artigiani che hanno prodotto per loro altri capolavori. Di questo periodo si conoscono la Gemma Augustea, il Grande Cammeo di Francia, e un tondo di 15 centimetri che rappresenta un imperatore che sacrifica alla dea della Speranza. E questo è (quasi) tutto: quello che non si capisce è perché di grandi cammei ce ne siano così pochi.

C'è un'altra importante categoria di oggetti prodotti nell'antichità che ha subito la stessa sorte: le grandi statue di bronzo della Grecia classica. Anche qui c'è una grande tradizione e una grandissima scuola, anche qui ci sono oggetti di qualità così elevata che non sono stati mai più eguagliati. Di queste statue ce n'erano diverse centinaia, come risulta dalle fonti storiche, e anche di queste pochissime si sono conservate, nella maggior parte dei casi perché erano finite in fondo al mare come i bronzi di Riace. Ma in questo caso la spiegazione c'è: erano oggetti di bronzo, e il bronzo è un metallo costoso, il cui valore può essere recuperato semplicemente fondendo la statua. Quasi tutti questi capolavori sono scomparsi perché sono stati fusi per recuperarne il metallo. Però questa spiegazione non vale per i grandi cammei. Anche se sono fatti con pietre di grande pregio, non possono essere riciclati né fondendoli nè facendoli a pezzi. Inoltre il materiale di cui sono fatti è praticamente indistruttibile. Dopo molti passaggi di mano la maggior parte di essi avrebbero dovuto arrivare fino all'epoca moderna. Quindi è inspiegabile che se ne siano conservati così pochi. Una spiegazione è che siano finiti quasi tutti nella tomba di Alarico.

Proprio perché erano gli oggetti più preziosi prodotti dalla civiltà antica, erano anche i più ambiti, e dato il loro enorme valore, solo i più potenti sovrani se li potevano permettere, e in caso di guerra diventavano degli importanti trofei. In seguito alle loro conquiste in Oriente, prima Pompeo e poi Giulio Cesare, dedicarono numerose raccolte di gemme al Campidoglio e al tempio di Venere genitrice. E quando Augusto qualche anno dopo ridusse l'Egitto a provincia, ne riportò a Roma un'altra grande raccolta, che dedicò ancora al Campidoglio. E se poi qualche gemma importante fosse sfuggita ai conquistatori, non sarà certo sfuggita ai rapaci governatori delle provincie. I trofei di guerra, e anche la maggior parte dei tesori dei privati, venivano custoditi nei templi, che nell'antichità fungevano anche da banche o da cassette di sicurezza, dato che erano i luoghi più sicuri e vigilati. 

I Goti di Alarico impiegarono tre giorni per saccheggiare la città di Roma, e in un tempo così breve possono solo avere assaltato i templi e le residenze principali. Possono quindi avere trafugato solo gli oggetti più preziosi e trasportabili. Tra questi non potevano mancare i grandi cammei. Pochi mesi dopo Alarico morì, e sicuramente nella sua tomba non si troveranno 70 tonnellate d'ora e 150 d'argento, perché questo bottino era proprio lo scopo dei ripetuti assalti alla città eterna.

Ma un re che aveva compiuto una così gloriosa impresa doveva avere una tomba all'altezza della sua fama. E cosa poteva esserci di meglio, per arricchirla, di tutti quegli oggetti di grande valore simbolico? Trofei di guerra innumerevoli, scettri e corone, armature di capi sconfitti, simboli dell'identità, della religione e del potere della città di Roma. Tutte cose che i Goti avevano trafugato per aggiungere la gloria al ricco bottino. Però adesso questi cimeli non aveva più senso trascinarseli dietro. La loro destinazione migliore era proprio quella di affidarli per l'eternità al loro eroico condottiero. Anche i cammei più grandi, insieme ad innumerevoli altri esemplari più piccoli, devono avere avuto questa destinazione, anche perché, per quanto preziosi e importanti, non si trovava più nessuno in quell'epoca che fosse disposto a scambiarli con un mucchietto d'oro.

Questa quindi è la spiegazione migliore che si possa trovare per la scomparsa di questa importante categoria di oggetti, e nello stesso tempo questa stessa scomparsa è anche la migliore prova che questa tomba deve esistere davvero, e che non è mai stata scoperta. Infatti, se fosse stata trovata, alla fine, in un modo o nell'altro, i grandi cammei sarebbero ricomparsi. E l'ipotesi obbligata è che la tomba sia nascosta alla vista dalla corrente di un fiume. Per fare un'ipotesi diversa, bisognerebbe riuscire ad immaginare in quale altro modo si potrebbe nascondere una tomba che dovrebbe anche avere proporzioni grandiose. Inoltre sembra poco probabile che uno storico abbia potuto “inventarsi” una simile soluzione, che non ha alcun precedente. Ma se le cose stanno così, questa tomba non è destinata a rimanere per sempre nascosta, così come è avvenuto finora? Fino a pochi anni fa questa sarebbe stata solo una domanda retorica, con una inevitabile risposta affermativa. Oggi però, con l'aiuto di alcune sofisticate tecnologie, si possono eseguire indagini strumentali atte a verificare il racconto tramandato dagli storici.

Nell'estate del 2008 una missione congiunta di scienziati italiani e russi ha cercato di risolvere il mistero di Tunguska. Esattamente cento anni prima, in questa remota località della Siberia, c'era stata una grossa esplosione, forse di un grosso meteorite o di un corpo cometario, che aveva distrutto oltre 2.000 chilometri quadrati di foresta. Per tutta l'area interessata gli alberi erano stati abbattuti, e solo in una zona centrale i tronchi completamente spogli e anneriti erano rimasti in piedi. Questo faceva pensare che l'esplosione fosse avvenuta in aria. Gli scienziati italiani avevano saputo che a pochi chilometri di distanza c'era un piccolo lago, e avevano approntato diversi strumenti per studiarne i sedimenti, nella speranza di trovare traccia delle polveri prodotte dall'esplosione. Le indagini con eco-scandagli acustici dimostrarono però che il fondo del lago non era pianeggiante, come ci si sarebbe dovuti attendere, ma aveva una forma a imbuto, con il punto più basso situato a 50 metri di profondità.

Usando sia l'ecoscandaglio che un radar a penetrazione del sottosuolo, è stata indagata la struttura dei sedimenti, che per una profondità di più di dieci metri erano costituiti da depositi caotici con resti di rami e tronchi. E alcuni metri al di sotto del punto più profondo, è stato individuato un oggetto compatto del diametro di un metro. Nello stesso punto una piccola anomalia magnetica rilevata con il magnetometro ha dimostrato che esso contiene dei metalli. In sostanza con queste indagini gli scienziati hanno scoperto che il lago si era formato in seguito alla caduta di un frammento del meteorite esploso a qualche chilometro d'altezza, frammento che è stato individuato con notevole sicurezza al di sotto del punto più profondo.

Tutto questo per dare un'idea del tipo di indagini che si potrebbero fare oggi. Si potrebbe esplorare il letto del fiume con un magnetometro. Se venisse segnalata la presenza di metalli con un ecoscandaglio e con un radar a penetrazione si potrebbero indagare gli strati di roccia sottostanti per evidenziare discontinuità che possano far pensare ad un ambiente sotterraneo.

Se venisse individuata una struttura di questo tipo, si potrebbero fare ulteriori indagini per arrivare alla certezza di avere individuato questa famosa tomba. E se così non fosse, si sarà almeno ottenuto il risultato di restringere il campo delle possibilità; potrebbe allora trattarsi di un altro corso d'acqua (probabilmente alla fine si scoprirà che la tomba è stata costruita in un punto dove l'alveo del fiume si restringe, per far sì che, quando nella stagione estiva la portata diminuisce e si formano delle secche, l'acqua continui a ricoprire l'intero letto da una riva all'altra). Una volta individuata la tomba, si porrebbe il problema, molto più impegnativo, di riportarla alla luce. Ma certamente ne varrebbe la pena. L'importanza storica e artistica dei tesori che vi potrebbero essere custoditi è tale, che ne trarrebbero vantaggio sia l'immagine del nostro paese, che il turismo e l'economia.

Tra i tanti cimeli storici che si potrebbero trovare nella tomba di Alarico, ce n'è uno più importante degli altri. Questo trofeo è il simbolo di una guerra condotta dai Romani in maniera particolarmente spietata, per far sapere a tutti qual'era la punizione per chi si ribellava al loro potere. Un trofeo prelevato a Gerusalemme nel tempio di Salomone prima che fosse distrutto. Il candelabro a sette bracci d'oro massiccio divenne il simbolo di questa campagna militare, ed è stato per questo rappresentato nell'arco di Tito. Quasi certamente, a causa del suo particolare valore simbolico, era ancora conservato a Roma nell'anno 410. E se è così, è probabile che sia stato trafugato dai Goti insieme agli altri tesori. E forse anche per questi barbari, già ampiamente romanizzati, il suo valore superava quello pur notevole dell'oro di cui era fatto, e potrebbe quindi essere finito anch'esso nella tomba. Naturalmente questa è solo un'ipotesi, della quale non si può nemmeno stimare la probabilità. Ma se c'è una pur lontana possibilità di trovare il grande candelabro a sette bracci, questa è legata al nome di Alarico.

La leggenda di Alarico e della sua sepoltura nel Busento ha ispirato la poesia di August Graf von Platen "Das Grab im Busento"  con una rappresentazione romantica della morte e della sepoltura di Alarico. La poesia "La tomba nel Busento" è stata tradotta in italiano da Giosuè Carducci.

 

Giosuè Carducci
Giosuè Alessandro Michele Car­ducci (Valdicastello, 27 luglio 1835 - Bolo­gna, 16 febbraio 1907) è stato un famoso poeta. Fu il primo italiano a ricevere il premio Nobel per la lette­ratura (1906).

Das Grab im Busento Alarico

Das Grab im Busento

Nächtlich am Busento lispeln
bei Cosenza dumpfe Lieder;
Aus den Wassern schallt es Antwort,
und in Wirbeln klingt es wieder!

Und den Fluß hinauf, hinunter
zieh'n die Schatten tapfrer Goten,
Die den Alarich beweinen,
ihres Volkes besten Toten.

Allzu früh und fern der Heimat
mußten hier sie ihn begraben,
Während noch die Jugendlockenseine
Schulter blond umgaben.

Und am Ufer des Busento
reihten sie sich um die Wette,
Um die Strömung abzuleiten,
gruben sie ein frisches Bette

In der wogenleeren Höhlung
wühlten sie empor die Erde,
Senkten tief hinein den Leichnam,
mit der Rüstung auf dem Pferde.

Deckten dann mit Erde wieder
ihn und seine stolze Habe,
Daß die hohen Stromgewächse
wüchsen aus dem Heldengrabe.

Abgelenkt zum zweiten Male,
ward der Fluß herbeigezogen:
Mächtig in ihr altes Bette
schäumten die Busentowogen.

Und es sang ein Chor von Männern:"
Schlaf in deinen Heldenehren!
Keines Römers schnöde Habsucht
soll dir je dein Grab versehren!"

Sangen's und die Lobgesänge
tönten fort im Gotenheere;
Wälze sie, Busentowelle,
wälze sie von Meer zu Meere!

La tomba nel Busento

(Traduzione di Giosuè Carducci)

Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su 'l Busento,
Cupo il fiume li rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.

Su e giù pe 'l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
Il gran morto di lor gente.

Ahi sì presto e da la patria
Così lungi avrà il riposo,
Mentre ancor bionda per gli ómeri
Va la chioma al poderoso!

Del Busento ecco si schierano
Su le sponde i Goti a pruova,
E dal corso usato il piegano
Dischiudendo una via nuova.

Dove l'onde pria muggivano
Cavan, cavano la terra;
E profondo il corpo calano,
A cavallo, armato in guerra.

Lui di terra anche ricoprono
E gli arnesi d'òr lucenti:
De l'eroe crescan su l'umida
Fossa l'erbe de i torrenti!

Poi, ridotto a i noti tramiti,
Il Busento lasciò l'onde
Per l'antico letto valide
Spumeggiar tra le due sponde.

Cantò allora un coro d'uomini:
- Dormi, o re, ne la tua gloria!
Man romana mai non vìoli
La tua tomba e la memoria! -

Cantò, e lungo il canto udivasi
Per le schiere gote errare:
Recal tu, Busento rapido,
Recal tu da mare a mare.

Quando la Realtà si mescola con la Fantasia

Il Guerriero di Alarico, di Pierluigi Curcio

«Hi hihi, datemi da bere … da bere.»
L’uomo entrato nella taverna si diresse a passo malfermo e zoppicante verso il bancone.
«Mi scoppia la testa, ho bisogno di bere … mi basta solo una coppa d’idromele.»
«E piantala. . Perché non ti fai offrire da bere dal tuo amico, sì … da Alarico, il terrore di Roma? Sei solo un vecchio scimunito nato scemo, ehehe.»
Lo scoppio d’ilarità si diffuse per la sala mentre le prostitute che servivano ai tavoli si chiedevano del perché la copa(1) tollerasse la presenza dell’anziano.
Viveva nella stalla insieme alle bestie e delle bestie aveva preso lo stesso odore.

«Và via.» Lo rimbrottò Henga
«Un solo sorso.»
«Avrai qualcosa da mettere sotto i denti domattina dopo che ti sarai dato una ripulita. Puzzi come una capra.» Disse sarcastica sniffando ironicamente l’aria intorno provocando un nuovo scroscio di risa.
« C’è stato un tempo in cui non avresti mai osato parlarmi in questo modo. Io, io che ho combattuto con gli ultimi gloriosi generali di Roma …»
«Tu sei solo uno scimunito ed adesso tornate nella stalla insieme ai tuoi pari, sono quelli i tuoi generali adesso.»
Ulfer, stizzito per il prolungarsi della pietosa scena si voltò di scatto lanciando una grossa manata sulle spalle dell’anziano, questi lo guardò esitante, poi il pugno dell’altro lo centrò dritto sul mento mandandolo a sbattere pesantemente sulle assi di legno. L’impatto gli spezzò il fiato, ma prima che potesse rimettersi sulle ginocchia ad un cenno dell’altro, due uomini gli si affiancarono e trascinatolo dalle spalle lo scagliarono senza tanti complimenti oltre la soglia. La pioggia aveva smesso di venire giù dal cielo quel pomeriggio, ma le pozze d’acqua ed il fango non erano state assorbite ancora dal terreno. Il liquame gli schizzò addosso inzuppandolo inesorabilmente. Lentamente ed a fatica si rimise in ginocchio, poi, poggiandosi con la mano buona in terra, s’issò in piedi mentre poneva il moncherino del braccio destro sotto l’ascella. Pulsava terribilmente come se potesse sentire ancora il peso della grossa spada che un tempo portava in battaglia. Avrebbe glorificato gli dei, No. Non gli dei … Dio. Lui era un cristiano adesso, da quando Costantino aveva reso ufficiale la religione del dio della croce ed il vescovo Ario(2) aveva diffuso la buona novella tra la sua gente era un cristiano, solo che a volte si scordava di esserlo. Si, avrebbe glorificato Dio in eterno pur di ottenere il perdono.
Barcollò vistosamente per un battito del cuore, poi a fatica e, zoppicando penosamente, entrò nella stalla. Una lanterna emetteva una flebile luce ed un uomo lo attendeva guardandolo ironicamente.
Aveva circa quaranta inverni, i capelli rossicci e le ciglia vagamente cespugliose, ma i due occhi in basso sprizzavano intelligenza ed ironia.
«Garth …»
Il vecchio si fermò incredulo e, chiusa la porta alle sue spalle rimase impietrito ad osservare il guerriero incapace di dire una parola. Non era invecchiato neppure un inverno dall’ultima volta che l’aveva veduto. I capelli gli si rizzarono dritti su per la nuca mentre la pelle gli si increspava come quella di un pollo. Il freddo della sera divenne puro ghiaccio.
« Tu … sei morto.»
«Come tutti coloro che hai mandato nell’Annwn» (3). Te ne sono grato.

Gli occhi del vecchio saettarono impauriti dentro gli accessi più oscuri dell’ambiente, un guerriero cereo in volto, la gola tagliata si fece innanzi, dietro di lui, si aprirono sulle ali avanzando circa trenta spettri
Garth cadde sulle gambe coprendosi gli occhi col braccio buono. «Andate via, andate via.» I singhiozzi lo scuoterono inesorabilmente e la voce spezzata dal pianto si diffuse nell’aria.
La solida mano gli si posò sulla spalla e l’urlo reale, incontrollato, fece da eco al rombo di tuono di un solo battito del cuore prima.
Gretha, la copa, l’osservava con gli occhi carichi di compassione. «Ancora i tuoi incubi?» La dolce voce lo riscosse dal terrore in cui era caduto. «Niente, non è niente …» Riuscì a gracchiare ancora visibilmente scosso.
«Hai qualcosa d’asciutto?»
«Sì …»
La donna lo accompagnò fino al suo giaciglio e qui da una rozza sacca estrasse una lurida tunica. Dovresti darti una lavata. Il vecchio annuì senza riflettere. Non ascoltava le sue parole, lo sguardo fisso nel vuoto vicino la staccionata dove un puledrino succhiava il latte dalla madre e dove l’uomo continuava a fissarlo.
Vedi ancora qualcosa?
«No… nulla.»
Si levò gli stracci bagnati mettendo in evidenza il corpo segnato dalle cicatrici.
«Devi aver sofferto tu …»
«… non lasciarmi dormire solo questa notte, ti prego. Non lasciare che lui si avvicini ricordandomi il peccato.»
Gretha l’osservò circospetta.
«Mi basta solo che tu rimanga qui accanto a me, non voglio restare solo, te ne prego.»
« Sei un povero cavallo matto, povero Garth. Tornerò a darti un’occhiata appena avrò chiuso la locanda.»
La donna si accostò all’uscita mentre il vecchio, voltatosi su di un fianco, chiuse le palpebre … « Non … non importa, va meglio … adesso va meglio. Va meglio.»
La copa lo guardò compassionevole. «Ti mando una delle ragazze se proprio vuoi.»
L’uomo sghignazzò «No, no … va via, via.»

Sotto le palpebre Garth non vedeva più il buio, ma il fumo nero dei cadaveri bruciati a causa della pestilenza diffusa nella città sotto assedio. Non udiva più le domande della donna, ma le urla di trionfo dei guerrieri quando un gruppo di schiavi all’interno delle mura aprì loro la Porta Salaria. Cinquecentomila goti si riversarono come un fiume in piena in quella che un tempo fu la città immortale.

Da quando aveva abbandonato le insegne legionarie e divenuto il loro capo aveva tentato di penetrare nell’Urbe altre due volte, ma in entrambi i casi fu respinto e sconfitto da quel che fu il suo solo amico e comandante: Stilicone (4), l’ultimo dei generali di Roma e fratello di spada.
Pianse lacrime furenti alla notizia della morte del condottiero, ucciso non in battaglia, ma sui gradini di una chiesa dopo che gli era stata promessa salva la vita. Onorio, imperatore romano d’occidente non meritava alcuna pietà.
Le pupille saettarono veloci ed ora il re dei Goti cavalcava al trotto tra le rovine di quel che un tempo era stato il centro del mondo e, mentre incedeva, osservava indifferente la morte passargli accanto. Gli schiavi liberati si vendicarono dei padroni trascinandoli sulle soglie per poi scannarli. I templi pagani violati, le reliquie sottratte ai luoghi di culto e portate in oscena processione sulla soglia del Vaticano sotto gli occhi compiaciuti di papa Innocenzo (5), mentre auguri (6) e feziali (7) venivano sgozzati e le (8)vestali violentate, uccise senza pietà alcuna.
Arrestò il cavallo davanti il tempio dei Dioscuri (9), sorrise pensando all’oro accumulato all’interno. Niente aveva più importanza. Stilicone era morto e con lui Roma. Non c’era onore, non c’era battaglia, solo una resa incondizionata ed un vigliacco in fuga: Onorio. Fu in quel preciso battito del cuore che prese la decisione. Spogliare le casse dell’erario, accumulare quanti più tesori poteva e stabilirsi in Africa. Lontano da intrighi sciocchi ed inconcludenti. Avrebbe potuto prendere la porpora e farsi incoronare in quello stesso preciso istante. A che scopo? Era stanco … stanco.
«Portatelo fuori.»
Il sacerdote non aveva più di cinquanta inverni e osservava i guerrieri a cavallo con noncuranza. Impavido. Un peccato che fosse pagano.
«Quanto oro disponi?»
«Neppure un’oncia cavaliere.»
Scese da cavallo sguainando lentamente il lungo spadone.
«Non ti ho chiesto dove si trova, questo lo so già e so anche come prenderlo.»
«Sei Alarico, vero?»
«Lo sono.»
«Nessuno aveva osato tanto sin dai tempi di Brenno(10). Sii tu maledetto, possano le tua mani lorde di sangue piagarsi giorno dopo giorno e l’aria che respiri farsi incandescente nelle tue viscere. Possa tu incontrare i divini gemelli nell’Ade e scontare la tua pena in eterno. Possa tu …»
Non completò mai la frase. Alarico gli tranciò la testa di netto. Il capo rotolò ai suoi piedi continuandolo a guardare in modo accusatorio mentre il fiotto violento di sangue fuoriusciva incontrollato dal troncone riverso ora sui marmi rosso vermiglio.
Tre guerrieri gli condussero davanti due giovinetti.

«Chi sono?» Domandò.
«Castore» Disse il primo … »ed io Polluce.» Continuò il fratello.
Alarico li osservò stralunato per un battito di ciglia prima che i due continuassero all’unisono.
«Presto, quando il ciclo della vita avrà fine, prima che le vene ti si secchino, ricorda …»
Infastidito li fece allontanare ma le parole finali lo raggiunsero ugualmente … ti, dei Dioscuri.»

L’improvviso silenzio costrinse Alarico, oramai giunto sulla soglia del tempio, a voltarsi giusto in tempo per vedere il secondo dei fratelli cadere nella polvere con l’indice accusatorio puntato contro. «Ricordati dei Dioscuri»

Gli occhi turbinarono vorticosamente ancora una volta e le immagini si spostarono in una tenda illuminata da puzzolenti lanterne ad olio simili a quelle che infestavano la taverna, ma che non attenuavano il puzzo della carne in decomposizione dell’uomo ancora vivo.
Garth sedeva al fianco del moribondo evitando di toccarne la pelle infetta mentre un vicario di Cristo gli impartiva l’estrema unzione.
«Dove, dove siamo?»
«Consentia, nel Bruzio(11).»
«Quanto? … Da quanto tempo?»
«Un mese, mio signore.»
«Fa freddo.»
«E’ inverno, mio signore.»
«Non … non voglio morire.»
«Guarirai presto.» Mentì volgendo il capo sulle ombre che danzavano sullo sfondo.
«No … loro sono già qui.»
«Non c’è nessuno a parte me ed il sacerdote mio signore. La febbre ti è causa di delirio.»
«No … l’oro … l’oro è maledetto, maledetto.»
Garth l’osservò evitando di aggiungere altro.
«Dov’è Ataulfo? »
«Tuo cognato è a sud, ci sta spianando la strada verso la Sicilia»
«Mi sei fedele? … Sei fedele al tuo Re?»
«Lo sono mio signore.»
«Allora fa che alla mia morte non rimanga traccia alcuna della mia tomba e dell’oro rubato…»
«Ma … »
«Sono stanco di tutta questa sofferenza.»
«Guarirai.» Mentì nuovamente.
«Uccidimi Garth, poi fine con mani pietose a questo strazio.»
«Non … non posso.»
Il sacerdote uscì dalla tenda elargendo un ultimo sguardo pietoso al moribondo. Qualunque malattia l’avesse colto, lo stava uccidendo impietosamente.
«Uccidimi Garth. Uccidimi prima che loro mi prendano. Uccidimi.»
«Chi vedi, mio signore?»
«I Dioscuri!»
L’uomo estrasse un lungo stiletto dalla cintura al fianco, gli si accostò evitando accuratamente di toccarlo.
«Allarga le braccia, mio Re.» Sussurrò mentre le lacrime gli bagnavano il viso.
La lama si conficcò sotto l’ascella sinistra piantandosi dritta nel cuore. La fuoriuscita di sangue fu minima. Sedette scosso dai singhiozzi fino a quando il sacerdote si ripresentò sulla soglia
«Galla Placida(13) chiede di vedere il Re.»
«E’ morto. Il Re è morto.»

Garth si rigirò sul pagliericcio incapace di prender sonno, i ricordi si affollavano più vividi che mai … quel che accadde in seguito fu dettato solo ed esclusivamente dal dovere. Nessuna scelta.
Lasciò che il resto delle truppe proseguisse il cammino a Sud e, profittando dell’assenza di Ataulfo, trafugò il cadavere e l’intero tesoro proveniente dal tempio maledetto con l’aiuto di trenta dei guerrieri appartenenti alla guardia personale di Alarico per poi dileguarsi per sempre. Nessuno fece più ritorno.
Avvolsero il corpo in bende di lino deponendolo in una grotta nei pressi del fiume Busento. Dopo aver individuato la parte più stretta del rio, ai piedi di una rupe scoscesa, ne deviarono il corso provocando una frana. Fu la parte più facile, attesero che il letto del fiume si asciugasse, quindi trascinarono l’irrequieto cavallo di Alarico e gli aprirono la gola da un morso all’altro, attesero che finisse di scalciare, poi lo impalarono su di una picca ricavata da solido legno di pino. Legarono le estremità a dieci funi e dopo averlo calato in una fossa larga circa 20 passi e profonda dieci, tre uomini vi scavarono nel centro un’ulteriore buca, profonda abbastanza da poter sostenerne la base del sostegno. Quindi, una volta che il palo fu vicino al foro, tirarono le funi che trascinarono faticosamente il pesante fardello al centro del buco issandolo verso l’alto. Non si sarebbe dovuto notare nulla, dopo che la terra avesse ricoperto il tutto. Il palo fuoriusciva dal petto del cavallo costringendo la bestia ormai morta a levare le zampe inerti verso il cielo. Sembrava quasi si stesse impennando.
La vestizione di Alarico fu semplice. Garth ordinò che indossasse la corazza con cui era solito andare in battaglia, lo scudo rotondo nella mano sinistra, una lunga spada da cavalleria nella destra. Fissarono la macabra composizione con corde di cuoio mentre il cadavere fu unito al cavallo inchiodando i punti di contatto delle due armature. Il tesoro fu gettato nella fossa senza pensarci troppo, nessuno ebbe la tentazione di sottrarre nulla. Per quanto avidi potessero essere, quello era il tesoro di Alarico e, quel tesoro, era maledetto. La superstizione talora, fa più di mille guardiani.
Ricoprirono il tutto con estrema delicatezza badando a non colpire direttamente il cavaliere al centro della fossa.
Il lavoro più lungo, faticoso, duro, fu ripristinare il corso del Busento. Lavorarono alacremente per quindici giorni levando ogni singolo macigno e zolla di terra con estrema precisione. Quando la barriera fu divelta, il fiume riprese a scorrere sotto gli occhi sconsolati dei guerrieri.

Garth decise di nascondersi per qualche giorno nelle grotte nei paraggi per accertarsi che nessuno li avesse spiati. Poi dopo esser tornato un’ultima volta sulle rive del fiume si apprestò a concludere la missione.
La tormenta ebbe inizio nel tardo pomeriggio, le sferzate di vento gelido portavano i fiocchi ben oltre l’antro, i tenui fuochi pareano non scaldare i corpi infreddoliti dei guerrieri che tendevano le orecchie al lontano canto dei lupi. Garth si mosse solo quando fu ben certo che tutti dormissero, tutti eccetto la sentinella appostata nei pressi dell’entrata. Fu la prima a morire e l’unica ad emettere un rantolo reso vano dall’infuriare della tempesta. Le lacrime scorsero copiose in un vortice di sentimenti strazianti, pregò ogni dio cui aveva avuto la ventura d’imbattersi senza che nessuno gli portasse conforto. Sgozzò ogni singolo compagno per impedire che il segreto potesse essere in qualche modo divulgato, poi, colmo d’orrore, poggiò il braccio destro su di una fredda pietra.
Riaprì gli occhi e si piantarono in quelli freddi del proprio Re. Li richiuse e la lama stretta nel pugno della mano sinistra saettò senza esitazione troncandogli di netto il braccio al di sotto del gomito.
Li riaprì nuovamente ed Alarico lo fissava gelido nella sua armatura.

«Non hai sofferto abbastanza?»
«Ho sofferto ogni giorno, ogni respiro di questa sporca vita.»
«Tu sei l’ultimo.»
«Lo sono.»
«I tuoi compagni ti aspettano. In tutti questi anni non hai tradito il mio segreto.»
«No signore, non l’ho fatto.» Pianse ancora.
«Afferra il mio braccio. Non soffrirai, te lo prometto.»

Un’improvvisa folata di vento spalancò violentemente la porta della stalla spegnendo il tenue bagliore della lanterna nello stesso battito del cuore in cui Garth cinse il polso del Re dei Goti tra gli sguardi gelidi dei trenta guerrieri, poi, il buio.
«Non soffrirai.»
Buio.
Luce.
Buio.
Luce.
Le nebbie si schiudono sottili.
Io vivo.

(1) Copa: Ostessa
(2) Ario: 256-336 erasiarca del IV secolo.
(3) Annwn. Oltretomba celta, si ritiene che i Goti di Al arco discendessero dal ceppo celta e non germanico.
(4) Flavio Stilicone:359-408. magister militum
(5) Papa Innocenzo, sul soglio pontificio dal 401 al 417
(6) auguri: interpreti del volere divino
(7) feziali: sacerdoti usati per scopi militari ed interpellati durante le trattative di pace.
(8) vestali: sacerdotesse votate alla dea Vesta
(9) Tempio dei Dioscuri: dedicato ai greci Castore e PolluceNegli ambienti aperti nel podio erano conservati i pesi e le misure ufficiali e alcuni di essi erano utilizzati come "banche" o depositi.
(10) Brenno: a lui si deve il primo sacco di Roma nel 390 a.c.
(11) Bruzio: antico nome della Calabria
(12) Consentia: antico nome di Cosenza
(13) Sorella dell’imperatore Onorio, presa come ostaggio durante il sacco di Roma e successivamente, dopo la morte di Alarico, data in sposa al successore Ataulfo.

 

 

 

 

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