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La storia

Alarico dei Balti, Alarico anche in spagnolo ed in portoghese, Alaric in catalano, Alareiks in goto e Alaricus in latino (ca. 370 – Cosenza, 410) fu re dei visigoti dal 395 alla sua morte (410). La comunità dei Balti, insieme a quella degli Amali, era la più importante, nel variegato universo di tribù che componevano la stirpe di origine celtica che nel corso dei secoli erano migrati dalla regione scandinava fino alle pianure dell'Ucraina. I tratti somatici (biondo-rossicci, occhi chiari, corporatura atletica), provano, oltre alle affermazioni fatte da Pitea di Marsiglia , senza ombra di dubbio la loro origine celtica.

Erano infatti molto dissimili dalle popolazioni di origine mongola, anch'esse spinte da flussi migratori, dalle steppe asiatiche della Mongolia e dell'Anatolia verso le ricche piane dell'Ucraina ed il delta del Danubio. Alarico (il cui significato è "Il Re di tutti", già nel nome era segnato il destino) nasce principe e diventa Re. Possiamo immaginarlo fanciullo, lanciato a cavallo sulle sponde del Danubio, fiume grande e maestoso che segnerà la sua infanzia, cosi come segnerà la sua storia, il suo mito, un altro fiume, piccolo, anzi piccolissimo, poco più di un ruscello in estate e di un torrente in inverno. Nato alla confluenza del delta danubiano, morirà alla confluenza di due piccoli fiumiciattoli.

Alarico è famoso per aver messo in atto il sacco di Roma. Fu il primo vero re dei Visigoti, che dopo circa venti anni di guerra continua e permanente, compresero la necessità della figura di un re, che gestiva il potere supremo e non fosse solo un consigliere e, se necessario, un condottiero.

Appartenente alla dinastia dei Balti (nasce in quel di Peuce - isoletta ora scomparsa facente parte del delta del Danubio - Romania) non si conoscono i suoi ascendenti. Alarico comparve per la prima volta nelle cronache, nel 390, quando, ventenne, il giovane principe della dinastia dei Balti, guidò i Visigoti, gli Unni ed altre tribù provenienti dalla sponda sinistra del Danubio nell'invasione della Tracia, saccheggiandola; l'imperatore Romano, Teodosio I, nel 391, intervenne personalmente, ma cadde in un'imboscata sul fiume Maritza, dove rischiò la vita. Nel 392, i Visigoti di Alarico vennero circondati sulla Maritza dal generale Stilicone, ma Teodosio li perdonò e li lasciò tornare nella loro provincia (Mesia) rinnovandogli il trattato del 382.

I Visigoti, originari di una regione a ovest del Baltico, migrarono durante il regno di Aureliano e si stabilirono in Dacia. Incalzati dalle migrazioni degli unni si rifugiarono nei territori dell’impero romano ottenendo dall'imperatore l’autorizzazione ad abitare la Tracia, con l’impegno di contribuire alla sua difesa. L’accordo con i romani durò poco e nel 377 una rivolta di militi visigoti, provocata dai maltrattamenti inflitti dagli ufficiali romani, si trasformò rapidamente in guerra aperta.

Per impedire il sacco di Costantinopoli, l’imperatore Valente li affrontò nella battaglia di Adrianopoli (378), nella quale, però, Valente, fu sconfitto e perse la vita. Succeduto a Valente come imperatore romano d’Oriente Teodosio, nel 382 strinse con il re Atanarico un patto che permetteva ai visigoti di stanziarsi come foederati nella regione della Mesia inferiore. In questo periodo il vescovo Wulfilia o Ulfilia tradusse la Bibbia in gotico, impegnandosi poi nella conversione dei visigoti all’arianesimo.

Si installarono in Dacia nel III secolo d.C. Nel corso del secolo successivo si insediarono come federati nell'impero e si convertirono all'arianesimo. All'inizio del V secolo si spostarono verso occidente, prima in Italia, dove saccheggiarono Roma (410), poi nell'area compresa tra la Spagna e la Gallia sudoccidentale dove si insediarono, abbandonando poi la Gallia all'inizio del VI secolo per la pressione militare del franco Clodoveo. Seppero creare, anche prima della conversione al cattolicesimo, un'efficace convivenza con l'aristocrazia romano-iberica, di cui rispettarono l'ordinamento religioso e da cui trassero importanti collaboratori nell'organizzazione amministrativa del regno, con centro a Toledo. Tuttavia solo la conversione e lo stretto legame tra la monarchia e l'episcopato, dalla fine del VI secolo, favorirono la fusione culturale ed etnica delle due stirpi, la cui aristocrazia unì modelli culturali romani con uno stile di vita militare di tradizione germanica. La loro costante debolezza politica permise però la conquista araba, tra il 711 e il 713, che pose fine al regno visigoto.

Alarico, alla Battaglia del Frigido (tributario del fiume Isonzo), il 5 settembre del 394, mentre le truppe di foederati erano comandate dal goto, Gaina, servì fedelmente Teodosio I, guidando l'avanguardia costituita da truppe Visigote, che subì gravissime perdite; ma dopo la vittoria Alarico non ottenne il posto, con il grado di magister militum , nell'esercito romano che gli era stato promesso. Anzi, alla morte dell'imperatore, il 17 gennaio 395, Stilicone inviò i Goti nella loro provincia e non fu più pagato loro il tributo annuale che Roma gli versava. Questi fatti contribuirono a compromettere la pace che era stata raggiunta tra Goti e Romani e a fare ricominciare le ostilità.

Le migrazioni dei Visigoti, tra la fine del IV e l'inizio del V secoloAlarico, nel 395, fu proclamato re dei Visigoti e dichiarandosi indignato per la mancata nomina a magister militum, li guidò nell'invasione della Tracia, poi si ritirò verso la Macedonia, dove fu sconfitto al Peneo, quindi invase la Tessaglia, dove fu fermato dal generale Stilicone, reggente dell'Impero romano d'occidente, per conto dell'imperatore Onorio, coadiuvato dal goto Gaina, comandante dell'esercito dell'Impero romano d'oriente. Ma l'imperatore Arcadio chiese a Stilicone di rientrare in Occidente e a Gaina di rientrare a Costantinopoli, lasciando un contingente alle Termopili per difendere la Grecia.

Alarico, forse per merito del tradimento, si impossessò del famoso passo e attraversò la Beozia e l'Attica, occupò Il Pireo e costrinse Atene alla resa e li soggiornò pacificamente senza saccheggiarla. Poi si diresse a Eleusi, dove distrusse il tempio di Demetra, determinando la definitiva interruzione delle celebrazioni dei Misteri Eleusini. Nel corso del 396, tutto il Peloponneso fu occupato, Corinto, Argo, Sparta e molti altri siti subirono la violenza e le devastazioni dei Visigoti.

Nel 397, Stilicone sbarcò a Corinto con un esercito e cacciò i Visigoti dall'Arcadia e li accerchiò ad Elice. Ma, ancora una volta, richiamato per una rivolta in Africa, risparmiò Alarico, anzi si accordò con lui, per averlo alleato contro l'impero d'oriente. Alarico allora si ritirò sulle montagne verso il nord dell'Epiro, dove Arcadio, nel 399, gli offrì del denaro e lo nominò magister militum dell'Illirico, in pratica Governatore dell'Epiro già occupato, concludendo così la pace. Alarico approfittò della collaborazione con l'impero d'oriente per rafforzarsi, soprattutto riarmò i Visigoti negli arsenali romani.

Nel corso del 400, Alarico lasciò l'Epiro e passando da Aemona, nel 401 arrivò in Italia, e da Aquileia si diresse su Milano, dove si trovava l'imperatore Onorio, ma fu fermato a Pollenzo (402), dove la moglie e i figli di Alarico furono fatti prigionieri da Stilicone, che nominò Alarico magister militum purché lasciasse l'Italia. Dopo essere uscito dall'Italia, Alarico non si allontanò dai confini, e nel 403 rientrò, assediando Verona, dove venne sconfitto da Stilicone, e mentre tentava di crearsi un varco per uscire dall'Italia venne abbandonato dal principe Saro, che passò agli ordini di Stilicone.

Alarico nel 404 dovette venire a patti con Stilicone, con cui rinnovò il patto di alleanza contro l'impero d'oriente, e dovette rientrare in Epiro. Ma presto abbandono l'Illiria per stabilirsi tra il Norico e la Pannonia. Comunque il magister militum dell'Impero romano d'Occidente, Stilicone, acconsentì di pagare un tributo ad Alarico per non avere problemi ai confini orientali, volendo recarsi a Costantinopoli dove l'imperatore d'oriente Arcadio era morto il primo maggio del 408.

In seguito alla condanna a morte di Stilicone (23 agosto 408), accusato di tradimento, Alarico dapprima chiese un tributo all'imperatore di Occidente Onorio per lasciare il Norico e trasferirsi in Pannonia. Al rifiuto di Onorio, Alarico (alla fine del 408), senza attendere il cognato Ataulfo, che era in Pannonia con truppe gote e unne, invase nuovamente l'Italia e - per la prima volta dai tempi di Brenno - pose sotto assedio Roma, che fu portata sull'orlo della carestia.

Una volta obbligato il Senato romano a consegnargli un forte tributo, levò l'assedio e si trasferì in Toscana dove liberò un gran numero di schiavi germanici. Nel frattempo il cognato Ataulfo era giunto in Italia con i rinforzi, nel 409, senza subire eccessive perdite. Dopo un mancato accordo con l'imperatore Onorio, trincerato a Ravenna, Alarico fece ritorno nel Lazio, occupando Ostia e chiedendo al Senato di deporre Onorio e proclamare imperatore il prefetto della città, Prisco Attalo. Il Senato romano accettò e Prisco nominò Alarico magister militum.

Assieme ad Attalo Alarico pose l'assedio a Ravenna, che stava per cedere, quando ricevette l'aiuto di un contingente di circa 4.000 soldati bizantini, mentre la provincia africana si era ribellata e Roma era nuovamente minacciata dalla carestia.

Mentre Alarico attaccò tutte le città emiliane per poi passare in Liguria, Attalo rientrò a Roma dove si oppose ad inviare un esercito in Africa. Per questo Alarico, tra maggio e giugno del 410, lo depose e lo tenne in sua custodia assieme a Galla Placidia, la sorella di Onorio.

Dopo aver inviato a Onorio il diadema e la porpora imperiale di Attalo si ripresero le trattative che però fallirono perché Saro ancora una volta passato dalla parte dell'imperatore attacco le truppe di Ataulfo, violando la tregua. Alarico, spazientito, marciò per la terza volta su Roma e, il 24 agosto 410, dopo che la porta Salaria era stata aperta a tradimento, la prese e la saccheggiò (Sacco di Roma), per tre giorni.

I Visigoti lasciarono Roma carichi di bottino e Alarico, passando da Capua e da Nola, si diresse a Reggio, dove preparò una flotta, con l'intenzione di conquistare l'Africa, il granaio dell'impero, per poi impadronirsi dell'Italia. Ma una tempesta disperse e affondò le navi quando erano già in parte cariche e pronte a partire. Allora Alarico lasciò la città diretto a nord; ma quando era ancora in Calabria, nei pressi di Cosenza, si ammalò improvvisamente e morì.

Venne seppellito con i suoi tesori nel letto del fiume Busento a Cosenza, sul suolo calabrese. Gli schiavi che avevano lavorato alla temporanea deviazione del corso del fiume furono uccisi perché fosse mantenuto il segreto sul luogo della sepoltura.

La leggenda di Alarico e della sua sepoltura nel Busento ha ispirato la poesia di August Graf von Platen Das Grab im Busento (La tomba nel Busento) con una rappresentazione romantica della morte e della sepoltura di Alarico. La poesia è stata tradotta in italiano da Giosuè Carducci.

Ad Alarico succedette il cognato Ataulfo, che da poco aveva sposato la sorella di Onorio. Dalla moglie, di cui non si conosce, il nome Alarico ebbe diversi figli, di cui non si conoscono né i nomi né il numero. Si ha notizia di una figlia: Pedoca, che sposò Teodorico un membro della famiglia dei Balti, che, nel 418, divenne il re dei visigoti, Teodorico I.

 

 

 

 

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